Paola Pezzo e quell’oro un po’ valeggiano. La due volte campionessa olimpica di mtb e plurimedagliata mondiale guida la scuola della società ciclistica Barbieri.

Paola Pezzo e quell’oro un po’ valeggiano: l’intervista

Paola Pezzo oggi ha 49 anni e vive a Garda. E’ considerata una delle migliori biker della storia e, oltre alle ormai celebri Olimpiadi di Atlanta e Sydney, 1996 e 2000, ha conquistato svariati titoli italiani, europei e mondiali. Oggi guida la scuola di mountain bike della società ciclistica Barbieri che le è anche stata intitolata.

Pezzo, in realtà il suo legame con Valeggio è più «antico»…

Sì, quando ho deciso di partecipare alle Olimpiadi del 1996 ad Atlanta mi sono subito concentrata sulle condizioni climatiche che avrei trovato negli Stati Uniti. Ho capito che la zona del basso mantovano era molto simile per via del caldo umido. Per questa ragione ho preso casa per due anni a Valeggio e da lì andavo ad allenarmi lungo i corsi d’acqua, tra afa, zanzare e risaie.

E a Valeggio è tornata per dare vita ad un progetto che aveva in mente da tempo.

Conoscevo da molti anni il presidente della Barbieri, Ettore Cordioli, e mi ero unita a loro per alcune gare di gran fondo. Avevo sempre detto che, una volta terminata l’attività agonistica, mi sarebbe piaciuto dedicarmi all’insegnamento di tutto quello che avevo imparato nella mia carriera. Ne ho parlato con Ettore, siamo riusciti ad avere un campo inutilizzato accanto agli impianti sportivi e grazie all’aiuto di tanti papà e mamme abbiamo costruito il nostro bike park: qualcuno ha portato la ruspa, qualcun altro la sabbia, e pian piano siamo riusciti ad inaugurarlo.

Chi può iscriversi alla scuola?

Abbiamo vari corsi per tutte le età: dai bambini dai 3 ai 5 anni, che usano le balance bike senza pedali per sviluppare l’equilibrio, fino alla fascia che va dai 6 ai 12 anni. Le attività iniziano ad aprile e proseguono fino ad ottobre: ci fermiamo per la stagione invernale.

Ma i bambini le fanno domande sulla sua carriera, sulle Olimpiadi?

Sono sempre molto attenti, vogliono imparare il più possibile. A volte mi vedono in tv o nei video e allora mi chiedono, cercano di imitarmi.

E i genitori?

Chiaro che sono curiosi, mandano i loro figli in modo convinto perché li vedono tornare a casa felici e soddisfatti.

Voi campioni, protagonisti di imprese uniche, non vi sentite «vittime» dei titoli? Immagino che la gente le chieda sempre le stesse cose…

Non mi stanco mai di raccontare le cose belle della mia vita e della mia carriera. E’ bello quando mi fermano per strada, mi chiedono foto, autografi, ricordi di quelle Olimpiadi. Ci sono tifosi che hanno sofferto con me, che si sono alzati alle tre del mattino per seguire le gare in tv. Secondo me un un vero campione si vede anche dalla disponibilità verso le persone che, anche a distanza, gli vogliono bene. Recentemente ho visto Peter Sagan in gara: è un campionissimo, ma non rifiuta mai una foto o due parole con i suoi sostenitori.

Leggi anche:  Andrea Guardini al Giro d'Italia ecco la squadra della Bardiani-Csf

Segue ancora le corse nelle discipline che l’hanno vista trionfare?

Da spettatrice, sì, molto spesso mi invitano alle gare, magari per commentare. Da poco mio figlio è tornato a gareggiare in Mtb dopo essere stato attirato per diversi anni dal basket, quindi ho un motivo in più per seguire.

E come è la Paola Pezzo mamma-allenatrice?

Cerco di lasciarlo in pace, non è giusto mettergli pressione addosso come vedo fare ad altri genitori: il segreto è lasciarli stare, lasciarli divertire, se hanno voglia e stoffa ce la faranno da soli.

Lei nel 1996 aveva stoffa e voglia. E ha vinto l’oro olimpico ad Atlanta. Quando è partita da Verona cosa pensava di ottenere?

Avevo 27 anni, era l’età migliore per una donna in questa disciplina e mi ero preparata bene. Avevo un obiettivo: il podio, perché non avrebbe avuto senso, per me, gareggiare per un piazzamento. Non ero certo la favorita e ho gareggiato senza pressioni; tutto il contrario dell’americana, che doveva vincere a tutti i costi perché era l’eroina di casa. Ricordo ogni metro, sono caduta, mi sono rialzata, ho perso la borraccia, sono tornata indietro, l’ho ripresa e sono ripartita. Ho fatto ogni cosa con la testa, e per questo ho vinto.

E quando ha capito di essere una campionessa olimpica? Com’è stato sentire il peso della medaglia al collo?

Subito non riesci a realizzare. Sì, vinci un mondiale, ma in uno sport tutto sommato di nicchia. Le Olimpiadi invece sono universale, ti guardano in tutto il mondo. Me ne sono resa conto dopo, quando la gente mi fermava, mi chiamavano le tv per le ospitate, e allora capisci di aver fatto qualcosa di grande.

E poi Sidney 2000, dove Paola Pezzo arriva come la prima della classe.

Erano passati quattro anni, il recupero era più lento, ma anche quella volta mi ero preparata bene. C’erano due giovani che erano indicate come favorite, mentre io ho giocato sull’esperienza: loro si sono gestite male all’inizio. Avevo gli occhi puntati addosso, tutti ti dicono «non farmi alzare per nulla». Ma, ancora una volta, ce l’ho fatta.

Senta, permetta una domanda cafona: a livello economico due ori olimpici le hanno cambiato la vita?

Certamente non vivi di rendita come i calciatori. Il mio sport era minore, si faceva fatica a trovare sponsor, mentre dopo le Olimpiadi si era avvicinata pure la Nike. Ho preferito tenermi i miei, quelli che mi avevano sostenuta sin dall’inizio.

Un’ultima cosa: dove tiene le sue medaglie Paola Pezzo?

In banca. Lo so, è brutto non averle in casa, ma non sarebbe la prima volta che una campionessa viene derubata: pensano che valgano chissà quanto, invece l’oro è una minima parte.