Andrea D’Amico era destinato a diventare un avvocato o un notaio, poi l’incontro con Claudio Pasqualin e l’inizio di una carriera davvero incredibile

Questa cosa qua, questa intervista, è stata più complessa di un parto gemellare naturale con entrambi i bambini podalici, che a quanto mi dicono non è proprio piacevole come una granita al caffè. Tanto che, ad un certo punto, ho pensato che Andrea D’Amico fosse una figura mitologica, che in realtà non esistesse, un po’ come Elena Ferrante. Proviamo a farla al telefono, ma mi mette due volte in attesa per oltre cinque minuti perché nel frattempo avrà venduto sei o sette calciatori. Poi rinunciamo. Poi facciamo che ci vediamo domani al Caffè Fantoni. E allora la si fa. E a Villafranca, l’uomo che parla alla pari con presidenti e direttori sportivi di tutto il mondo, e che nel telefono ha foto con il presidente della Cecenia vestito come Rambo, è una persona semplice che, fatto incredibile, ama la normalità.

Quindi il mondo è il tuo habitat, ma Villafranca è la tua casa.

Sono cresciuto in via Garibaldi. Mio nonno faceva il sarto-barbiere, e con mia nonna hanno aperto il primo negozio di abbigliamento qui a Villafranca. Mio papà era in Aeronautica, al Terzo Stormo, responsabile dell’idraulica degli aeroplani, e qui ha conosciuto mia madre. Era in nazionale di bob a due e a quattro, ma quando sono nato io mamma lo ha fatto smettere. Anche loro due hanno avuto uno storico negozio di abbigliamento dove ora c’è il Caffè Garibaldi. 

Ma è una realtà che hai vissuto, Villafranca?

Certo, ho fatto tutte le scuole qui e ho sposato una donna che conoscevo da 45 anni, Gigliola Valentini, figlia del grande cardiologo Luigi. Mio fratello Alessandro, che grazie a Dio oggi lavora con me e mi dà una grande mano, ha iniziato a giocare a calcio a Villafranca ed era terzo portiere quando il Verona ha vinto lo scudetto. E fino al 2004 ho abitato sopra la tabaccheria di via Pace. Ora vivo poco distante, a Custoza, territorio bellissimo.

Ma va’, è perché uno come te deve vivere vicino ai caselli auto stradali?

Mi sento troppo a mio agio qui. Avrei potuto vivere ovunque, a Londra, Montecarlo… avendo anche dei benefici fiscali, ma casa mia è questa.

Volevi fare l’avvocato o il notaio, come sei finito nel pallone?

Il destino. Ho sempre amato lo sport, ho insegnato sci e sci nautico. Ho giocato anche a calcio: dovevo andare al Verona ma sono caduto in motorino girando attorno al campo sportivo di Villafranca. Dopo Giurisprudenza Cesare Marchi, amico dei miei, mi ha mandato a parlare con Fedele Confalonieri; gentilissimo, mi ha ricevuto e mi ha mandato a fare un master in marketing. E lì, nel luglio del 1990, durante una lezione a Milano Fiori, ho saputo che al piano sotto si svolgeva il calciomercato. Sono andato giù e mi hanno presentato Claudio Pasqualin, che era di Vicenza. Siamo entrati in società e non ci siamo più lasciati. All’inizio tutti mi dicevano «ma dove credi di andare, non conosci nessuno», ma il calcio era il mio mondo…

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Oggi avete un centinaio di calciatori, alcuni dei quali top player, ma la tua vita privata quanto ha risentito di questa scalata?

Un po’, soprattutto agli inizi. Ero dipendente dal telefono e la disponibilità era un fattore di successo. Andavo a vedere tutte le partite, gli allenamenti e il parco giocatori cresceva sempre di più. Con le nuove tecnologie puoi fare affari a distanza. Ricordo l’affare Bocchetti: ero a Toronto dopo aver concluso Giovinco e il Milan aveva Mexes squalificato. Avevo Bocchetti fuori squadra in Spagna, così ho chiamato Galliani e gli ho proposto il prestito; poi ho chiamato lo Spartak, proprietario del cartellino, e il ragazzo: alla sera era già a Milano.

Quando hai fatto Giovinco si diceva che potevi smettere di lavorare.

Mah. Ci sono state tante altre situazioni: i contratti di Del Piero, Vialli in Inghilterra, Amoruso in Scozia, Cannavaro a Dubai… boh, mi sembra di avere cento anni.

Suona il telefono, rispondi pure. . .

Umh. Era un giornalista di Catania. E stasera sarò a Mediaset.

La notorietà ti ha aiutato nell’agguantare calciatori?

Mah. Il mondo dei media è importante, con i giornalisti ho rapporti quotidiani e corretti. A me non piace molto apparire, preferisco il profilo basso in tutto, nel lavoro come nella vita.

Senti ma la pagliacciata Cassano? Fosse stato tuo lo avresti ucciso.

… (gesto follia alla tempia, ndr). Mi dispiace per il Verona.

Hai fatto affari con l’Hellas ?

Heurtaux quest’anno, e poi Cherubin, che è stato sfortunato e si è fatto male. Ho un ottimo rapporto con il diesse Fusco, una brava persona.

Ti piace il «Raiola Style»?
Io vado d’accordo con tutti, nell’interesse dei miei calciatori. Non do giudizi sugli altri, penso a come lavoro io.

Qual è il giovane più interessante che hai per le mani?

Be’, uno del nostro territorio, Michele Troiani. Ha avuto un piccolo infortunio, riparte della Triestina: grande calciatore e ragazzo davvero in gamba. 

Filippo Fusco prima di diventare direttore sportivo era stato procuratore. Tu sei un uomo di campo… faresti il salto?

Ho imparato che non si può mai escludere nulla nella vita. Puoi orientare le vele della tua barca, ma non puoi decidere il vento.

Andrea ma è vero che hai una Ferrari Maranello del 2001?

No dai, non scrivere ‘ste cose che sembra che voglia fare il fenomeno… qui io mi sento davvero come quando ero un ragazzino!

Ma in pensione dove ti vedi? A Montecarlo?

Ma va… a Custoza!