Domenico Multari cittadini e imprenditori si rivolgevano al presunto boss. I Carabinieri: “Lo preferivano agli apparati statali”.

Domenico Multari cittadini e imprenditori si rivolgevano al presunto boss

Questa mattina i Carabinieri del Ros, supportati dai Comandi Provinciali di Verona, Venezia, Vicenza, Treviso, Ancona, Genova e Crotone e l’impiego dei Nuclei Elicotteri di Bolzano e Belluno e delle Unità Cinofili di Padova, hanno eseguito 20 perquisizioni e 7 provvedimenti cautelari (5 in carcere e 2 ai domiciliari) a carico di 15 persone, indagate a vario titolo per i reati di estorsione,  violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, trasferimento fraudolento di valori, resistenza a pubblico ufficiale, incendio, minaccia, tentata frode processuale, aggravati dall’essere in alcuni casi stati commessi avvalendosi delle “modalità mafiose” di cui all’art.416. bis.

Coinvolti anche i figli di Domenico Multari

Le indagini, dirette dalla Procura Distrettuale Antimafia ed Antiterrorismo di Venezia e condotte dal Ros, si sono indirizzate nei confronti dei componenti della famiglia cutrese dei Multari, legata alla cosca di Nicolino Grande Aracri e composta dai fratelli Domenico, Carmine e Fortunato, nonché da Antonio e Alberto, figli di Domenico, da anni responsabile di gravi condotte illecite commesse con la complicità di soggetti residenti nelle province di Crotone e Venezia, con l’aggravante del “metodo mafioso”.

Estorsione agli imprenditori

Le indagini hanno potuto identificare numerose condotte illecite tra le quali, oltre alle estorsioni in danno di alcuni imprenditori veneti, l’incendio di uno yacht, “Terry”, mentre si trovava ormeggiato nel porto di Alghero. Il natante, oggetto di contenzioso con l’acquirente a causa di gravi vizi strutturali, doveva essere distrutto per non consentire l’esecuzione delle perizie. Dopo un tentativo che aveva solo parzialmente incendiato l’imbarcazione, l’intervento dei Carabinieri del Ros aveva impedito la reiterazione del reato.

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Chi era e cosa faceva Domenico Multari

Benché il Multari Domenico avesse subito la misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dei beni, era riuscito ad impedire il perfezionamento della procedura di vendita all’asta degli immobili sequestrati attraverso contratti simulati di vendita a prestanomi e con minacce e violenze in danno dei pubblici ufficiali che in più occasioni si recavano nelle abitazioni dei Multari per le quali era stata stabilita la vendita all’asta da parte del Tribunale Civile di Verona, nel tentativo di far desistere eventuali parti interessate all’acquisto degli immobili dopo averli visionati, con la conseguenza che le aste andavano deserte e gli immobili acquistati a prezzi estremamente vantaggiosi da prestanome degli stessi Multari.

La conferma: in Veneto c’è una ‘ndrina

L’operazione “Terry” ha consentito di evidenziare, per la prima volta da un punto di vista giudiziario, la presenza in Veneto di un gruppo criminale di origine calabrese, legato da vincoli familiari, radicatosi in Veneto e responsabile di gravi reati, commessi con le modalità tipicamente maliose. Al contempo, ha pure consentito di constatare che imprenditori e comuni cittadini, pienamente consapevoli dello spessore criminale di Multari Domenico, che se ne vantava pubblicamente al fine di ottenere il completo assoggettamento psicologico sui suoi interlocutori, a lui si rivolgevano per risolvere ogni tipo di problematica economica e privata, preferendolo agli apparati statali.

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