«Non si guarisce mai del tutto, ma si può imparare ad apprezzare la magia di vivere». L’anoressia è una «brutta bestia» che sempre più spesso colpisce gli adolescenti: ne è testimone Miriam Gini, una ragazza di Prova di San Bonifacio di 24 anni che ne è uscita vittoriosa. «Non so come sia iniziato tutto cinque anni fa; il rapporto con lo specchio non era dei migliori, come accade spesso per molti adolescenti. Non vedevo l’ora di essere guardata dai miei coetanei ma allo stesso tempo avevo anche paura di quello che avrebbero pensato di me. Poi allo specchio cominciò a non piacermi neanche un atomo del mio corpo, è così che il modo per farmi vedere lo trovai: rendermi invisibile, ma non ho smesso di mangiare all’improvviso».

“Volevo solo morire”

L’anoressia non è solo una malattia che colpisce il corpo ma nasce da un malessere emotivo, che colpisce i giovani e spesso non è compreso dagli adulti. «Non sapevo affrontare nulla nella vita quotidiana, mi nascondevo, il mondo fuori dalle mura della mia casa mi faceva paura. Avevo la sensazione di non poter controllare niente, non riuscivo a esprimere le molteplici emozioni che custodivo nel cuore e diventare sempre più piccola, senza mettermi in discussione, mi permetteva di non rischiare possibili delusioni. Poi all’improvviso ho iniziato a controllare il mio corpo e il peso tramite il cibo. Era diventata una sfida contro di me, non avrei ceduto finché non avessi smesso di respirare. Controlli maniacali delle calorie, digiuni logoranti, non volevo perdere quella sfida, io ero più forte di quelli che mi dicevano che stavo sbagliando. Ma non stavo sbagliando: volevo solo morire. Credevo che per realizzare qualcosa dovevo costruire un fisico emaciato, con le ossa visibili e con gli occhi scavati e spenti. Quando ti trovi nel vortice della malattia neanche le lacrime di tua madre che ti supplica in ginocchio di sforzarti a mangiare almeno dieci penne al pomodoro invece delle due che ti eri imposta, ti sciolgono. L’anoressia ti fa piangere davanti a un trancio di pizza, tremare portando alla bocca uno spicchio di mela perché nutrirsi vuole dire vita, e di vivere non ne avevo intenzione».

“Il cibo era solo il culmine dell’inferno che avevo dentro”

Miriam ha intrapreso un percorso di cura nella clinica specializzata Villa Margherita di Arcugnano, dove ha ripreso in mano la propria vita. «Il cibo era solo il culmine dell’inferno che avevo dentro che è ancora difficile da esprimere. Dopo anni di psicoterapia ho capito e sono consapevole che ricadere in quel vortice toglie le energie per conquistare ogni giorno la felicità. Passeranno ancora mesi e forse anni prima che non mi senta in colpa davanti a una cioccolata calda, troppo buona e piacevole per entrare dentro di me. Ora sto meglio, mangio la pizza con le amiche e sono nel mezzo di scelte importanti per la mia vita. Oggi mi guardo allo specchio gioendo della luce che finalmente riempie i miei occhi esprimendo “vita” e controllo anche che le mie cosce si tocchino – racconta sorridente e con una voglia di vivere che esce da tutti i pori – La mia vittoria sulla bestia la dedico a me stessa e alla mia famiglia che mi è sempre
stata accanto. Ho imparato che esprimere e vivere emozioni, belle o tristi, non è sbagliato. Oggi so che esisto e mi sento come un gabbiano che sta per spiccare il volo nel viaggio della vita. Voglio solo raccomandare ai ragazzi di non cadere in questo mondo che seduce, e incanta. Credetemi, è solo un inferno dove si patisce, ti tiene prigioniero e alla fine ti rende il conto. Non cascateci, amate la vita in tutte le sue sfaccettature, c’è sempre un’alternativa » .