A fare da guida in questo itinerario ideale alla scoperta dei segreti del mastio, uno dei pochi ad averlo già visto all’interno, lo storico Luca Dossi, che ne descrive le particolarità e ci aiuta a immaginare come doveva apparire all’epoca in cui rappresentava il massimo che l’ingegneria militare potesse offrire.

I segreti del mastio, in attesa della riapertura

L’ok della Soprintendenza ha eliminato lo scoglio principale alla riapertura del castello scaligero e il vicesindaco Francesco Arduini conferma che entro l’estate dovrebbero partire i lavori per la riapertura del mastio. Presto quindi i villafranchesi potranno riappropriarsi di un loro luogo simbolo che è rimasto a lungo interdetto e di cui, sebbene conoscano a memoria il profilo delle merlature e il quadrante dell’orologio, spesso non sanno molto. Ecco perché abbiamo interpellato lo storico villafranchese Luca Dossi, docente di lettere all’istituto comprensivo di Vigasio, che per alcuni anni ha accompagnato i visitatori alla scoperta della storia e dell’architettura del castello e dei segreti del mastio, insieme agli altri membri dell’associazione culturale Contemporanea.lab, Luigi Alessandro Riggi, Andrea Tumicelli e Andrea Riggi.

Visita virtuale guidata dallo storico Dossi

«Il mastio è un edificio a sé – spiega Dossi -, costruito successivamente, forse nel 1243, e con materiali più resistenti per essere l’ultima difesa del castello, cui era collegato con un ballatoio in legno che, in caso di necessità poteva essere fatto crollare per rendere inaccessibile il possente edificio ai nemici». Infatti, come precisa lo storico, l’accesso attuale a terra fu aperto a picconate nell’Ottocento, mentre in origine l’ingresso era la seconda finestra dal basso visibile sul retro della torre, dove si possono ancora notare i segni di usura su quella che un tempo era la soglia e i fori in cui si inserivano le travi del ballatoio. Dossi ha avuto modo di vedere anche l’interno della torre più alta del castello, da cui un tempo in caso di pericolo si lanciavano segnalazioni con il fumo di giorno e accendendo i fuochi di notte e ci racconta un dettaglio che presto tutti i visitatori potranno vedere coi propri occhi. «Mentre gli altri piani hanno normali soffitti in legno, l’ultimo è coperto da una volta in mattoni in cui si apre un buco, tipico dell’architettura militare veronese, attraverso cui si passa all’esterno, dove ci sono la merlatura e la campana».

“Sarebbe bello rimettere in uso i piani delle torri e i ballatoi”

Oltre a portarci virtualmente in visita all’interno del mastio, Dossi ci aiuta a capire quanto dovesse apparire diverso il castello in origine, quando rappresentava il massimo che l’ingegneria militare dell’epoca potesse offrire. «Dobbiamo immaginare che ciò che noi possiamo vedere oggi è solo una piccola parte della struttura difensiva. Manca infatti tutto l’apparato ligneo, quello che veniva chiamato “munizioni”». Torri e mura erano tutte coperte da tettoie, i merli sorreggevano la ventiera, una struttura mobile che si poteva aprire per gettare sui nemici pietre o acqua bollente («non l’olio che era molto costoso e certamente non veniva sprecato» precisa Dossi). E lungo tutto il perimetro delle mura correva una struttura lignea su tre livelli, alla base, al centro e sulla sommità, con ballatoi e tettoie. «Sarebbe bello – conclude Dossi con un auspicio – rimettere in uso i piani delle torri e i ballatoi, come è stato fatto per il castello di Valeggio, per mostrare meglio la funzione dell’edificio». Mentre si avvicina il primo stralcio dei lavori che prevedono altre due fasi successive, è lecito sognare un futuro per il castello che recuperi almeno un po’ della gloria che ha vissuto nei tempi andati, quando tra le sue mura è passata la Storia con la «s» maiuscola.