Regione: Qual è il futuro dell’Autonomia?

Settimo Gottardo è l’oracolo della politica veneta, si rivolgono a lui tanti amministratori, già potenti o in rampa di lancio, per ascoltare sofisticate strategie unite a del sano pragmatismo di ragionamento democristiano. Sindaco di Padova negli anni Ottanta, parlamentare Dc, segretario regionale dell’Udc nei primi anni Duemila, è stato con Carlo Bernini una delle poche voci del cattolicesimo democratico veneto in grado di fare da contraltare, almeno sul piano del ragionamento politico, all’epopea del doge Giancarlo Galan nella sua era da governatore prima dell’avvento di Luca Zaia.

Onorevole Gottardo, il Veneto è una regione che ormai presenta una miriade di sfaccettature e contraddizioni nel tessuto sociale. Qual è la fotografia del Veneto politico?

«Sono finiti da un pezzo i tempi della “Roma ladrona” di Umberto Bossi, oggi al massimo si grida a “Roma padrona”. Il tema del prossimo futuro è senza dubbio l’autonomia, ma all’interno di un discorso sociale e culturale molto più ampio che va alla radice stessa delle nostre comunità. Il Veneto, così come la Lombardia, ha una visione antropologica dell’autonomia. Siamo all’inizio di una lotta politica che andrà ben oltre la prossima campagna elettorale. Si sta aprendo una frattura che segnerà politicamente il Veneto. Il popolo è stato invocato con il referendum, poi più nulla, la delusione totale: prima l’incanto e poi il disincanto, un sentimento, in politica, da maneggiare con cautela».

E’ innegabile che il Veneto, su impulso soprattutto di un leader carismatico come Zaia, abbia puntato molto sulla sfida dell’autonomia. Adesso cosa succede?

«L’autonomia propria del modello Veneto ribalta il noto concetto latino: ubi minor, maior cessat. L’autonomismo veneto, per la sua storia, è comunitario e sussidiario, penetra alla radice della società politica, l’errore che si è commesso in questa lunghissima trattativa con Roma è stato quello di portare la battaglia solo sul piano istituzionale. Nonostante la bravura e la diplomazia di un ministro come la vicentina Erika Stefani che ha fatto tutto quello che era possibile fare. Il problema della debolezza nella trattativa governativa ha origine lontane: il Veneto conta sempre meno nelle stanze del potere a Roma».

Prima accennava a possibili movimenti profondi nella pancia sociale del Veneto.

«L’ultimo segnale è stata la manifestazione lo scorso sabato a Padova dei venetisti: finora solo un incontro di sigle disunite, ma c’è fermento. Facciamo però un passo indietro: il Veneto è stato ucciso lentamente, il processo è partito all’inizio degli anni Novanta. Gli è stato prima tolto il nome, hanno inventato il termine Nordest che non vuol dire nulla, via il Veneto e il Triveneto: Giorgio Lago, il Gazzettino di Caltagirone, da lì è partita questa prima operazione di annullamento. Se un emigrante tornasse dopo 30 anni, si ritroverebbe l’invenzione del Nordest, una regione senza più una voce, non ci sono più infatti giornali con la testa in Veneto e infine senza più banche locali. Oggi i soldi dei veneti sono governati a Milano, a Torino, a Roma. Prima le casse di risparmio, poi l’Antoniana, e infine le due Popolari, per non parlare delle Bcc».

E’ ritornata in auge l’idea degli industriali veneti della Pa-Tre-Ve, un’area metropolitana diffusa che dovrebbe competere con le altre città europee dal punto di vista economico, culturale e scientifico. Ciclicamente il Veneto si confronta con i limiti del policentrismo.

«L’autonomia non è solo regionalismo, la sussidiarietà è la vera autonomia. Come hanno capito gli industriali la prospettiva non può essere né il nazionalismo né un regionalismo chiuso in sé stesso: lo sviluppo moderno si fa sulle aree metropolitane. Carlo Bernini e Angelo Tomelleri 40 anni fa avevano preconizzato la questione e si erano inventati l’Ape Adria, un’area sovra-regionale in grado di contare ed influire in Europa. Altro che polemiche anti Germania o anti francesi. I limiti del policentrismo estremo sono sotto i nostri occhi: abbiamo accantonato l’idea strategica di un super Politecnico regionale, in grado di competere sulla ricerca con i grandi centri europei e internazionali. Toni Bisaglia, fatto fuori secondo il mio punto di vista, aveva già anticipato tutto: il Veneto autonomo come la Baviera, le grandi aree di cooperazione intra-regionale, la sussidiarietà e la dimensione europea e globale della competizione economica».

Anche il tessuto sociale del Veneto, un tempo caratterizzato da un forte capitale sociale (cultura cattolica, associazionismo capillare, piccole e medie imprese, alto tasso di risparmio e ricchezza privata), ha subito mutazioni.

«La crisi iniziata nel 2009, ha cambiato e cambierà sempre di più il nostro Veneto e l’Italia. Non facciamo l’errore di pensare che il Veneto sia una terra chiusa, con una cultura monolitica. Alla storia del Veneto hanno contribuito tante culture diverse che si sono mescolate nei secoli: la prima Repubblica Veneta nel 1848 è stata fondata da un ebreo, Daniele Medina, che poi diventa cattolico e cambia il nome in Daniele Manin. Lo Statuto del Veneto, a cui ha contribuito il grande Nello Beghin, parla di popolo veneto, ma non in un’accezione etnica, ma politica e culturale. La cultura cattolica è stata decisiva, ma anche quella ebraica per esempio, lo dico perché annuso anche qui da noi, un pericoloso clima di antisemitismo».

I cattolici veneti, ormai ai margini del potere politico all’interno dei partiti, sono però molto attivi nel dibattito pubblico soprattutto sui temi dell’accoglienza degli immigrati e sulla parte sociale della Dottrina. 

«La Chiesa fa teologia, fede, religione. Il rapporto tra Chiesa e politica oggi si è arenato sull’accoglienza, ma il tema dell’immigrazione è più ampio e complesso. Se guardiamo ai numeri: sono più i giovani veneti che vanno all’estero degli stranieri che richiedono la cittadinanza. Il Veneto sta lasciando la vecchia crisalide del Novecento: per questo non dobbiamo accettare nessuna omologazione culturale, ma non possiamo difenderci con gli slogan e le distinzioni. Cosa significa “noi veneti” contrapposto a “loro”, o “prima i veneti…”? La nostra storia ci insegna ad amare il prossimo ma non certo nella declinazione dell’assistenzialismo, bensì con la cultura della prossimità, della vicinanza, del sostegno. I cattolici possono giocare ancora un ruolo importante nella società: viviamo il dramma della fine di ogni tipo di socializzazione, degli anziani che seppur benestanti muoiono soli in casa, dei centri commerciali unici centri di aggregazione».